Lavoretti, vocine, comandi: come impedire al disabile di diventare adulto

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Al disabile mentale è vietato diventare adulto.

Esprimo queste considerazioni con amarezza e con dolente autocritica.

Dopo quasi un quarto di secolo nel mondo dell’autismo e, in generale, dei servizi per la disabilità mentale  – poi, un giorno, qualcuno dovrà spiegarmi il minimo comune multiplo e il massimo comune divisore… – ne ho la certezza.

Naturalmente, al disabile mentale è quasi sempre precluso l’accesso alle fasi cruciali della vita: niente diploma, niente lavoro, niente relazioni sentimentali, niente sesso, niente. Ci mancherebbe.

E allora via, spediti in qualche struttura, servizio, istituto… senza possibilità di scegliere. Naturalmente.

Ma c’è di più e di peggio. Il mondo circostante e persino gli operatori, gli educatori, i professionisti – me incluso – che lavorano in questi luoghi, sembrano sviluppare un senso di pedante superiorità direttiva, non curante della persona, della personalità, dei gusti, delle ambizioni.

Ciò che realmente spesso non permette di diventare adulti è l’atteggiamento impari che proietta il disabile mentale in una condizione di scontata subalternità. Il tono della voce, il registro, la semantica  – ad esempio – assumono connotati innaturali e più o meno consapevolmente prevaricanti.

Da un lato l’atteggiamento direttivo, dunque. Per fare qualsiasi cosa è necessario chiedere il permesso, esplicitamente o meno. Perché non riusciamo ad essere sistematicamente noi stessi in modo naturale? Perché una persona adulta, che vive, come noi, in un dato contesto dovrebbe chiedere il permesso o – qualsiasi analisi semiotica lo confermerebbe – mostrare deferenza prima di assumere un’iniziativa o  semplicemente per svolgere azioni banali , ma vitali, che per nessun adulto sono soggette ad autorizzazione?

Dall’altro, peggio, spesso assumiamo modi espressivi a dir poco infantili, dimenticando che la persona di fronte a noi ha appena compiuto venticinque, trenta, quarantadue anni. Il tono si fa mellifluo, vezzeggiante, punteggiato da appellativi melensi e, via via, può sfociare in un innaturale e insopportabile falsetto o teatrale birignao, indici inequivocabili di iperglicemia relazionale. La stessa iperglicemia che generalmente adottiamo con i cani o i gatti che vivono con noi (da sempre vivo con animali al mio fianco e questo mio sfogo va a compensare anche la loro infinita pazienza).

È davvero difficile essere solo e semplicemente noi stessi. Pacati, oppure animosi, ma sempre noi stessi. Desideriamo per loro un’integrazione nella neurotipicità  – qualsiasi cosa essa sia e ammesso esista qualsivoglia tipicità – ma siamo i primi a modificarci e a renderci atipici di fronte a loro.

La prima e migliore azione educativa eticamente accettabile è ambire ad essere noi stessi con loro, così come lo siamo quando non siamo con loro. Se lo siamo e se siamo in grado di esserlo. Questo andrebbe innanzitutto insegnato nei corsi di formazione, dalla scuola dell’obbligo ai corsi universitari.

L’esperienza insegna che non è una passeggiata. Serve autodisciplina costante, per combattere quella inspiegabile – spiegabilissima, in realtà – forza che ci spinge istintivamente a mascherarci di tracotanza di  fronte a chi non rientra nel canone e ci appare più debole.

E poi, i lavoretti. I lavoretti di Natale, di Pasqua, di qualsivoglia festa e occasione. Già il vezzeggiativo dovrebbe allarmare. Oggetti che nessuno di noi – nessuno al mondo – penserebbe mai di comprare se non avessero appiccicata l’etichetta fatto da disabili, fatto dal gruppo handicappati del Centro XYZ…

Com’è possibile, per i nostri amici disabili, diventare adulti con queste premesse? Diventare adulti in un mondo che mi fa credere che diventare adulti significa colorare gli ovetti di Pasqua, che poi comprano il papà, la mamma, gli zii e qualche misericordiosa anima pia della parrocchia?

Se spesso anche innocenti e apparentemente incondizionati giovani volontari sembrano tendere verso questi atteggiamenti, significa che un’inversione di tendenza in termini di pensiero deve avvenire. E la buona notizia è che non servono decreti, linee guida, manuali. È sufficiente il buon senso.

Molti, e ben più autorevoli, hanno certamente affrontato la questione. Con un pizzico di presunzione, mutuata dallo sguardo da dentro, credo di poter dire che davvero il primo fondamento etico e professionale, in questo terreno minato, sia assumere un posizionamento mentale nuovo. Libero. E forse, se ci proviamo, non è nemmeno così difficile.

Possiamo, per rispetto a chi non può fare altrimenti, provare ad essere semplicemente noi stessi.

1 COMMENT

  1. Condivido appieno….anche perchè spesso questo atteggiamento mi ha fatto innervosire e riflettere.Purtroppo però mi rendo conto che io stessa l’ho fatto mio assorbendolo a poco a poco.Bisognerebbe provare a cambiare, anche se tutto attorno si muove in un’ altra direzione!

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