Se il capo è la Meloni

Right Wing Parties Call For Elections

Almeno un mazzo di fiori. Un segno. Qualcosa. Invece niente: il centrodestra italiano brilla per ingratitudine, lasciando che questo periodo di scissione nel Pd passi via senza nemmeno un grazie. Non si fa così. Non è giusto. Con il teatro messo in piedi da Renzi e dai rottamati, il Paese reale si è concentrato su questo spettacolo, perdendo di vista e trascurando quanto avveniva in campo avversario. Una vera manovra di depistaggio. I centrodestri hanno avuto tutto il tempo e la libertà di fare cose turche, senza che nessuno trovasse nemmeno il tempo e la voglia di farci sopra una risata. E se non è un buon motivo questo per dire grazie al Pd, per mandare una buona bottiglia a Renzi e D’Alema, quando mai si ripeterà l’occasione.

Adesso che però la scissione è praticamente fatta, adesso che è venuta a noia, ributtare l’occhio dall’altra parte è utile e possibile. Anzi doveroso. Che ne è, nel frattempo, dell’altro polo?

La cosa veramente essenziale è che ritroviamo il grande teorico del bipolarismo, il demiurgo della democrazia avanzata – lo zio Silvio, e chi se no – sulle barricate per un pronto ritorno al proporzionale, ai partitini, cioè a quello che lui voleva massacrare nel ’94. Dopo il lungo giro nella storia – e nelle cronache – il leader non prova il minimo imbarazzo a proporre oggi l’esatto contrario. Dava del minorato politico a chi ancora votasse un partito che non fosse Forza Italia o l’antagonista, parlava di voti sprecati, inutili, buttati: attualmente vuole convincerci che bisogna abbassare la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento, ma quale 5 per cento, cala, più basso, giù con questa soglia.

L’altro suo grosso cruccio è il nuovo capo del centrodestra. Dubbi ne avrebbe pochi: quello ideale ci sarebbe già, in tutto e per tutto ideale sotto ogni profilo, cioè lui. Ma siccome i tribunali e gli stessi alleati non eccellono in acume politico, dopo attenta analisi dei candidati più prossimi si è buttato deciso su un nome solo: Zaia. Il più lontano possibile. Per un tizio che ha passato ventitrè anni ad allevare persone, personaggi e personale della politica, dev’essere una soddisfazione non trovare in casa proprio nemmeno un candidato all’altezza. E dire che per un vecchio avviato alla fine, resterebbe solo la consolazione di consegnare la propria eredità ideale a un degno successore. Ma forse questo vale per un vecchio normale. Per Berlusconi, non solo il centrodestra, tutto il mondo deve sparire con lui. Ancora nessuno si è preso la briga di spiegargli che invece tutto andrà avanti lo stesso, come se niente fosse. E così sia.

Quanto agli altri satelliti della galassia, non è nemmeno il caso di sprecare tanto spazio. Tutte le schegge sono andate a conficcarsi in un nuovo movimento, in un nuovo gruppo, in una nuova corrente. Da Fitto a Rotondo, da Quagliariello ad Alemanno (sì, pure Alemanno, dopo l’epopea da sindaco di Roma, senza il minimo imbarazzo), tutti sono alla guida del loro zero virgola. Radunati i propri fedelissimi in ascensore, dettano condizioni per partecipare al grande listone unitario. Le Santanchè e le Gelmini, vestali di Arcore, lavorano sottotraccia per ricucire, sognando la grande restaurazione, dopo aver in qualche modo arginato lo tsunami Pascale. Le donne sono sempre in primo piano, dentro quel mondo. Su tutte spicca la Meloni, che con il piglio da vera capa si è assunta l’onere di regolare il traffico in mezzo al pericoloso incrocio, dove sfrecciano col gomito di fuori i Berlusconi e i Salvini. i duri dell’ambiente…

Per sommi capi, tra statiste e stagiste, così avanza il centrodestra. Lo schema, direbbe Sacchi con i capelli dritti in testa, è alla viva il parroco. Palla avanti e pedalare, ciascuno per conto suo. E vediamo che succede.

Sono conciati da ridere, eppure con un minimo sforzo potrebbero ancora vincere. Questo il bello. Per quanto sbrindellati e improponibili siano sempre, di là c’è un avversario troppo forte, a giocare per loro.

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