Eclissi di Sole

quotidiano-sole-originale-k7DI–835×437@IlSole24Ore-Web

Al Sole c’è un uomo solo al comando: Roberto Napoletano. È solo, il direttore del Sole 24 Ore. Solo e sfiduciato. Non perché non sia sorretto da dosi di autostima, perché di questo Napoletano non fa assolutamente difetto avendone in quantità industriali, ma la sfiducia è derivata dalla sua redazione, che alcuni mesi fa ha espresso a chiare lettere la propria completa ostilità verso il suddetto direttore. Concetto per altro riesposto di recente, con i giornalisti che hanno annunciato dopo un’assemblea straordinaria uno sciopero che «si protrarrà fino alle dimissioni del direttore»: 142 i favorevoli, solo 4 i no e 10 gli astenuti. Queste le cifre.

Ma per spiegare l’eclissi di Sole, ad altri numeri bisogna ricorrere. I bilanci del quotidiano di via Monterosa sono in rosso: da tempo. Le cifre del disastro contabile sono sotto gli occhi di tutti da mesi e come un bollettino di guerra miete vittime ad ogni piè sospinto. Conosciamo i passivi, ma ora sappiamo anche che ci sono degli indagati: probabili responsabili di un dissesto finanziario senza precedenti del maggior quotidiano della finanza italiana. La procura ha ordinato perquisizioni, eseguite dal Nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di finanza, nei confronti di Benito Benedini, ex presidente del Gruppo editoriale, Donatella Treu, ex amministratore delegato, e lo stesso Roberto Napoletano, direttore del quotidiano economico che gli inquirenti considerano a tutti gli effetti il dominus di tutta questa faccenda. Il fascicolo, assegnato al procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e al sostituto Gaetano Ruta, è aperto per il reato di false comunicazioni sociali.

Non sono gli unici ad essere stati raggiunti da un avviso di garanzia: ce ne sono altri, con l’accusa però di appropriazione indebita. Sotto i riflettori degli inquirenti è finita in primis la società inglese, la Di Source Limited, ma secondo gli inquirenti altro non è che uno schermo estero degli italianissimi gestori del Sole 24 Ore. Cosa avrebbe fatto questa ‘autorevole’ società? Cose banali, che avrebbero potuto fare persino due geni della comicità come Totò e Peppino: gonfiare le vendite di copie digitali, quella dei tablet, tanto enfatizzate prima di essere poi accertate come false.

Perché gonfiare le vendite? Stando alle ipotesi dei magistrati, per ingannare il mercato pubblicitario (l’Ads all’inizio di febbraio ha anche interrotto la certificazione del quotidiano), ma soprattutto perché la trimurti (Napoletano, Treu e Benedini) aveva benefit sulle copie vendute, in particolare il direttore.

In procura a Milano ci si attendeva da un momento all’altro un’accelerazione. La «Patata Bollente», questo il nome dato dal Palazzaccio alla vicenda, cominciava a scottare eccessivamente. Bocche cucite, ma soprattutto tasche chiuse. L’idea di fare un aumento di capitale, con la necessità di varare un nuovo piano industriale sono passi necessari per non dire elementari, ma queste due mosse sono annesse e connesse alla sostituzione del direttore Roberto Napoletano, al centro da mesi di un braccio di ferro tra il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia e l’ex numero uno Giorgio Squinzi, dimessosi con altri consiglieri in polemica a ottobre 2016. Il giornale brucia 5 milioni di euro al mese, servirebbe subito liquidità per almeno 100 milioni, ma Confindustria non sembra voler andare oltre i 60. E quel che lascia attoniti è che Boccia ha deciso di continuare a dare fiducia allo sfiduciatissimo Napoletano, anche se in queste turbolente ore si sta facendo sempre più insistente il nome di Ferruccio De Bortoli come traghettatore della malandata nave confindustriale.

I giornalisti di via Monterosa non hanno dubbi. Da mesi, settimane, giorni ripetono che la responsabilità principale è del direttore, che dal 2011, anno in cui si è insediato alla guida del Sole, ha acquisito un potere incalcolabile, in grado di condizionare tutto e tutti. «A Napoletano deve essere attribuito un ruolo di primo piano in una gestione editoriale del tutto deficitaria, che ha contribuito a portare la società sull’orlo del fallimento», sostiene il Cdr.

Tutto va bene, madama la marchesa. Quante volte il direttore e i suoi accoliti si sono sperticati in cifre da capogiro per dire che tutto andava a gonfie vele? Che il giornale era in ripresa e che il digitale macinava numeri fantascientifici, assolutamente non riscontrabili nemmeno minimamente in altri competitor? Ma le avvisaglie di una diversa realtà c’era già stata durante l’assemblea del novembre 2016, quando il consigliere Giuseppe Zigliotto, presidente di Confindustria Vicenza, aveva spiegato: «Purtroppo abbiamo sentito tutti gli spot del presidente Benedini e del direttore Napoletano che venivano a raccontarci che andavamo bene e non bruciavamo cassa. Li abbiamo ascoltati tutti, ma poi abbiamo amaramente scoperto che buona parte delle risorse derivavano da vendite di asset come la società informatica e non da elementi positivi derivanti da una gestione efficace». Proprio su questo si sono svolte le indagini della procura.

Un’accelerazione verso la verità e la trasparenza è arrivata grazie ad un giornalista del Sole 24 Ore, Nicola Borzi, autore di esposti che sono arrivati in procura, e lasciano poco spazio a dubbi e interpretazioni. La Di Source, società di diritto inglese il cui titolare è il pugliese Angelo Prete, detiene il 100% di Fleet Street, altra società di base a Londra dove si incrociano lo stesso Prete e Filippo Beltramini, un altro degli indagati.

Beltramini, per conto di Di Source, tramite la controllata Fleet Street si occupa di abbonamenti del Sole ed è a sua volta socio della Bw Consulting di Muggiò, insieme con Daniele Di Rocco. Chi è Di Rocco? Colui che nel periodo dell’operazione Di Source-Sole 24 Ore (2012) è stato consulente per l’area digital del gruppo di via Monterosa: dal gennaio al novembre 2012. Allo stesso tempo Di Rocco è stato socio in un’altra società di uno degli indagati: Massimo Luca Arioli, ex direttore finanziario del Sole dal 2011 al 2013. In sostanza Di Source è contemporaneamente cliente e fornitore del Gruppo 24 Ore. Singolare è l’andamento dei conti proprio di Di Source negli anni 2014 e 2015, con le attività correnti passate nel giro di un anno da 1,45 milioni di sterline a 4,67 milioni. Poi c’è anche un questione lessicale, che ha contribuito a gonfiare i numeri del giornale. Di Source e Fleet Street procedevano alla raccolta e all’attivazione degli abbonamenti. Badate bene, all’attivazione, non alla vendita.

Ed è proprio sul verbo attivare che si gioca una questione di lana caprina da 3 milioni di euro. In poche parole, un abbonamento venduto può anche non essere attivato. Senza l’attivazione l’associazione che rileva i dati (Asd) non lo conteggia. Quando avviene l’attivazione, invece, l’abbonamento, per citare il deputato Mattia Villarosa che ha presentato a ottobre 2016 un’interpellanza urgente alla Camera, «sembra un abbonamento utilizzato». Una strategia volta a mostrare la buona salute dell’azienda in fatto di copie e che di conseguenza porta a migliorare la vendita della pubblicità. DiSource,  quindi, acquistava gli abbonamenti digitali per poi attivarli anche quando l’abbonamento non era in realtà utilizzato.

Vendite virtuali per una gestione “virtuosa”. Un giochino che, secondo i Pm, su mandato del Gruppo 24 ore, metteva a bilancio anche copie virtuali del giornale cartaceo, che non sono ancora state quantificate dagli inquirenti. La strategia avrebbe fruttato 3 milioni di euro che secondo l’accusa i sette indagati in questo secondo filone si sarebbero spartiti.

Numeri di facciata, che non corrisponderebbero al vero e che da una perizia che la società Protiviti ha fatto arrivare sul tavolo all’assemblea degli azionisti del Gruppo il 22 dicembre scorso, risulterebbero come il dato della diffusione sarebbe da rivedere al ribasso di «circa il 34%» portando così lo stesso dato a «circa 248 mila copie» dalle 375 mila dichiarate nella relazione finanziaria annuale 2015. L’ultima semestrale del Gruppo si è chiusa con un buco di 50 milioni. E il valore delle azioni è crollato a poco più di 30 centesimi, portando in sette anni a una perdita del 95 per cento del valore.

La battaglia contro Napoletano nasce da lontano. Intanto dalla scrittura privata che gli avrebbe garantito 3 anni di stipendio più indennità e Tfr in caso di licenziamento senza giusta causa. Una scrittura privata del 3 febbraio 2015, rivelata da Business Insider. In questo documento emerge chiaramente che Benedini, Treu e Napoletano sono uniti da un legame molto stretto. Una sorta di patto di sangue. Un documento, stilato per garantire a Napoletano una maxi liquidazione in caso di licenziamento senza giusta causa, e sottoscritto in gran segreto da Benedini e Napoletano. L’ex presidente si premura di inviare una lettera all’avvocato Giacinto Favalli dello studio Trifirò per rimettere l’originale della scrittura privata. Inoltre, “per ragioni di riservatezza”, prega il legale “di voler tenere questa scrittura presso il suo studio” precisando che “la stessa potrà essere richiesta sia dall’amministratore delegato del Sole 24 Ore che dal dottor Roberto Napoletano”. Segno, insomma, che anche la Treu era a conoscenza della maxi liquidazione. Nel documento si stabilisce che, in caso di licenziamento senza giusta causa, Napoletano ha diritto a tre anni di stipendio lordo, ovvero 2 milioni e 250mila euro, in aggiunta all’indennità sostitutiva del preavviso e al Tfr maturato dal 15 marzo 2011. Ma soprattutto la scrittura prevede una clausola in cui si stabilisce che, nel caso in cui cambi l’azionista di controllo del gruppo, “la società, in deroga a qualsivoglia disposizione di legge o del contratto nazionale di lavoro, sarà tenuta a corrispondere al dott. Napoletano a titolo di indennizzo e, comunque, di importo transattivo…, una somma forfettaria e onnicomprensiva pari a 24 mensilità…”.

E ora? Se le cose stanno in questi termini, le possibili soluzioni di Boccia al caso Sole 24 Ore si riducono a poche opzioni su cui è al lavoro lo studio Vitale & associati. La prima contempla la possibilità di cedere asset in portafoglio per limare la dimensione dell’aumento di capitale. Non è escluso che Confindustria possa far cassa con immobili di sua proprietà. Inoltre, secondo indiscrezioni non confermate, anche Radio 24 o l’agenzia di stampa Radiocor potrebbero essere cedute riducendo il fabbisogno di capitale del gruppo. «Per il momento il perimetro non cambia, stiamo lavorando a un piano ‘stand alone’ (cioè realizzabile in maniera autonoma, ndr). Poi, vedremo che fare per valorizzare ognuna delle business unit» ha precisato l’amministratore delegato Moscetti.

Ma sullo sfondo si intravvede già la figura di Caltagirone, pronto a conquistare quel che resta del Sole. Prima dell’eclissi totale e definitiva.

 

 

1 COMMENT

  1. articolo esemplare.
    Vero giornalismo. Bravo, Complimenti. Grazie.
    l’eclissi gettava gli antichi nel terrore. Noi non abbiamo paura. Noi reagiremo,
    Adesso sappiamo cosa pensare di questa classe dirigente,

LASCIA UN COMMENTO

SHARE THIS

IN VETRINA

TWEETS ANSA

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi